Natale, la grande abbuffata dell’ipocrisia: cronache di un Grinch che nuota libero
Vogliamo parlare del Natale? Sì, parliamone. Ma senza lucine negli occhi e zucchero a velo sul cervello. Io, che sono un salmone del Danubio e nuoto controcorrente per vocazione, davanti al Natale vedo un allevamento intensivo di ipocrisia. Mangiare come cinghiali depressi, pranzi che iniziano a mezzogiorno e finiscono quando il panettone ha perso la speranza, regali inutili scambiati con la stessa convinzione con cui si compila un modulo dell’INPS.
Ci baciamo con gente mai vista, abbracciamo parenti che ignoriamo per 364 giorni, auguriamo “il meglio” mentre controlliamo se il nostro regalo è costato più del loro. Tutto questo in nome dell’Amore™, brand registrato dal Potere, che trasforma anche la Natività in una fiera del consumo. Marketing travestito da spiritualità. La mangiatoia oggi è il centro commerciale.
Io vengo da una terra che ha visto la guerra vera, non quella dei saldi. E so che la pace non nasce dall’abbuffata collettiva né dall’obbligo di essere felici a comando. La felicità imposta è una dittatura gentile, ma sempre dittatura è.
Meglio un Natale da Grinch, sì. Sobrio, libero, magari anche un po’ scontroso. Meglio soli che ipocriti, meglio leggeri che pieni di falsità. Io preferisco il silenzio sincero al brindisi obbligatorio.
“Il Natale non è sacro perché lo celebriamo tutti, ma perché qualcuno ha ancora il coraggio di non celebrarlo.”
— Savo l’Ironico 🐟