L’AI è morta. Viva la Super Intelligence
Cos’è la Super Intelligence?
Per il momento, negli Stati Uniti, è soprattutto una cosa molto americana: l’Intelligenza Artificiale con un nome più grosso.
Trump ha stabilito che l’amministrazione federale dovrà parlare di Super Intelligence (SI), non più di Artificial Intelligence (AI).
E qui bisogna riconoscere il genio.
Se una tecnologia non è ancora abbastanza impressionante, non serve migliorarla: basta migliorarne il marketing.
Ieri avevamo l’AI. Oggi abbiamo la SI. Domani probabilmente arriverà la Ultra Mega Intelligence Freedom Edition, magari con aquila incorporata.
Si ride, ma fino a un certo punto.
Perché le parole non servono soltanto a descrivere le cose. Servono anche a dirci come dobbiamo percepirle.
“Intelligenza Artificiale” era una tecnologia.
“Super Intelligence” è già una promessa. Quasi una gerarchia.
Super rispetto a chi?
A noi, naturalmente.
Nel frattempo chip, modelli, dati e capacità di calcolo si stanno concentrando nelle mani di pochissimi soggetti privati. Gli stessi soggetti che promettono di sviluppare queste tecnologie responsabilmente e di controllarne i rischi.
Fantastico.
È come affidare la dieta al pasticciere e poi congratularsi perché ha istituito un comitato interno sul consumo responsabile di cannoli.
Io, vecchio salmone del Danubio, ho un problema con le parole troppo grandi.
Quando sento “super”, “rivoluzione”, “inevitabile” e “responsabile” nella stessa conferenza stampa, controllo sempre dove hanno nascosto la rete.
La tecnologia non è il problema.
Il problema comincia quando chi costruisce le macchine possiede anche i dati, i chip, l’infrastruttura, il racconto e magari pure il vocabolario con cui dobbiamo parlarne.
Perché a quel punto non stanno soltanto costruendo il futuro.
Stanno preparando anche il comunicato stampa con cui ce lo venderanno.
“Quando il potere cambia il nome alle cose, io controllo sempre se per caso sta cercando di cambiare anche il modo in cui dobbiamo pensarle.”
Savo l’Ironico